Quando andare a scuola diventa troppo difficile

Riconoscere i segnali e aiutare un adolescente che non vuole più andare a scuola

«Non ci voglio più andare». «A scuola non ci torno». «Non mi interessa più niente della scuola».

Quando un adolescente pronuncia frasi di questo tipo, un genitore spesso si sente preoccupato, arrabbiato o impotente. La scuola rappresenta infatti un impegno importante e, spesso, una parte significativa del progetto per il futuro.

Prima di chiedersi “come faccio a convincerlo ad andare?”, però, può essere più utile chiedersi:

“che cosa sta rendendo così difficile, per lui, andare a scuola?”

Dietro il rifiuto scolastico possono esserci esperienze molto diverse: difficoltà di apprendimento, conflitti con compagni o insegnanti, bullismo, paura del giudizio, ansia, esperienze di fallimento, difficoltà familiari, demotivazione o una combinazione di più fattori.

Per questo è importante non interpretare automaticamente il comportamento come semplice pigrizia o mancanza di volontà.

Abbandono scolastico e ritiro scolastico non sono la stessa cosa

Con dispersione o abbandono scolastico si fa riferimento all’interruzione precoce dei percorsi di istruzione e formazione. In Italia, nel 2024, il 9,8% dei giovani tra 18 e 24 anni aveva abbandonato precocemente gli studi, cioè possedeva al massimo la licenza media e non era inserito in un percorso di istruzione o formazione. Il dato è in diminuzione rispetto agli anni precedenti, ma rimangono importanti differenze territoriali e sociali.

Accanto all’abbandono formale esistono però situazioni che possono svilupparsi molto prima. Un adolescente può continuare a essere iscritto a scuola ma iniziare progressivamente a frequentare meno, arrivare in ritardo, evitare verifiche o specifiche situazioni, isolarsi dai compagni o manifestare forte disagio prima di andare a scuola.

È in questa fase che diventa importante prestare attenzione ai segnali.

Che cosa può esserci dietro il rifiuto scolastico?

Il rifiuto scolastico è spesso associato a forme di disagio emotivo, in particolare a sintomi ansiosi. Possono essere presenti paura del giudizio, ansia sociale, difficoltà di separazione, ansia legata alle prestazioni oppure un disagio più generale.

Questo non significa che ogni ragazzo che non vuole andare a scuola abbia un disturbo psicologico.

Significa piuttosto che un rifiuto persistente merita di essere compreso, invece di essere considerato esclusivamente un problema di comportamento.

Una domanda utile è: “che cosa succede quando pensa di dover andare a scuola?” La risposta può aiutare a individuare ciò che alimenta la difficoltà.

I segnali da non sottovalutare

Non esiste un singolo comportamento capace di prevedere un futuro abbandono. A essere significativi sono soprattutto la persistenza dei segnali, la loro combinazione e il cambiamento rispetto al funzionamento abituale del ragazzo.

1. Le assenze aumentano

Il ritiro può iniziare gradualmente:

  • assenze sempre più frequenti;
  • ritardi;
  • richieste di essere accompagnato o riportato a casa;
  • assenze in corrispondenza di verifiche o interrogazioni;
  • difficoltà crescenti nell’entrare a scuola.

Particolarmente significativo è un andamento ricorrente: il disagio compare prima della scuola e si riduce quando la scuola viene evitata.

2. Compaiono sintomi fisici

Mal di pancia, nausea, mal di testa, tremori, tachicardia o forte stanchezza possono accompagnare una situazione di ansia. I sintomi sono reali anche quando hanno una componente emotiva. 

È comunque importante escludere eventuali cause mediche prima di attribuirli all’ansia.

3. Cambiano sonno, umore e comportamento

Alcuni segnali possono essere:

  • difficoltà ad alzarsi al mattino;
  • inversione del ritmo sonno-veglia;
  • irritabilità insolita;
  • isolamento;
  • perdita di interesse per attività abitualmente piacevoli;
  • difficoltà di concentrazione;
  • cambiamenti significativi nell’appetito;
  • aumento marcato del tempo trascorso online o davanti ai videogiochi.

Durante l’adolescenza alcuni di questi comportamenti possono essere fisiologici. Diventano più rilevanti quando rappresentano un cambiamento netto e persistente.

4. Cambiano rendimento e rapporto con lo studio

Un calo dei risultati non significa necessariamente disinteresse. Un ragazzo che sta affrontando ansia, vergogna, difficoltà relazionali o un senso di inadeguatezza può avere meno energie da dedicare allo studio. Per questo è utile chiedersi non solo “quanto studia?”, ma anche: “come sta vivendo il fatto di essere uno studente?”

5. Cambiano le relazioni

È importante prestare attenzione a isolamento dai compagni, perdita improvvisa di amicizie, episodi di esclusione, prese in giro, bullismo o cyberbullismo, così come alla paura di parlare in classe o di essere interrogato.

“Da domani non vado più a scuola”. Quando un adolescente arriva a dirlo, la tentazione può essere quella di trasformare immediatamente la situazione in uno scontro:

“Finché vivi in questa casa, a scuola ci vai.”

“Non puoi decidere tu.”

“Se continui così ti rovini il futuro.”

Il problema è che, se alla base del rifiuto c’è un’intensa ansia o una situazione di forte disagio, aumentare la pressione può aggravare il conflitto senza affrontarne la causa.

Questo non significa semplicemente lasciare che il ragazzo smetta di frequentare. Significa tenere insieme due messaggi: “prendo sul serio quello che stai vivendo.” e “non possiamo ignorare il problema: cerchiamo insieme come affrontarlo.”

Cosa possono fare i genitori?

1. Ascoltare prima di cercare soluzioni

Domande semplici possono aiutare ad aprire il dialogo:

  • “Che cosa succede quando pensi alla scuola?”
  • “Qual è il momento più difficile?”
  • “C’è qualcosa o qualcuno che ti fa stare particolarmente male?”
  • “Quando hai iniziato a sentirti così?”
  • “Cosa pensi potrebbe succedere se domani entrassi a scuola?”
  • “Cosa potrebbe rendere il rientro un po’ più facile?”

L’obiettivo iniziale non è ottenere subito una spiegazione completa, ma creare le condizioni perché il ragazzo possa raccontare ciò che sta vivendo.

2. Cercare i fattori che mantengono il problema

Una volta ascoltato il ragazzo, è utile allargare lo sguardo.

Possono essere coinvolti:

  • difficoltà didattiche o di apprendimento;
  • ansia da prestazione o paura del giudizio;
  • bullismo o cyberbullismo;
  • problemi relazionali;
  • difficoltà di integrazione;
  • problemi emotivi;
  • difficoltà del neurosviluppo non adeguatamente riconosciute;
  • eventi familiari stressanti;
  • alterazioni del sonno;
  • perdita di motivazione.

Spesso non c’è una sola causa, ma l’interazione di più fattori.

3. Coinvolgere la scuola

La famiglia non dovrebbe essere lasciata sola. Può essere utile coinvolgere il coordinatore di classe, gli insegnanti e, quando presenti, le figure scolastiche che si occupano di inclusione e benessere.

L’obiettivo non è semplicemente giustificare le assenze, ma costruire un piano condiviso di rientro e sostegno.

A seconda della situazione possono essere necessari interventi sulle relazioni con i compagni, sulle modalità di verifica, sul carico scolastico o sulle specifiche situazioni che generano maggiore disagio.

4. Valutare un supporto psicologico

Quando il rifiuto persiste o il disagio è significativo, può essere utile una valutazione psicologica.

Lo scopo non è semplicemente “convincere il ragazzo a tornare a scuola”, ma comprendere che cosa impedisce la frequenza e quali risorse possono favorire il recupero del funzionamento.

Anche il coinvolgimento dei genitori può essere importante, perché il problema coinvolge spesso l’intero sistema familiare.

5. Evitare che l’evitamento diventi l’unica soluzione

Rimanere a casa può produrre un sollievo immediato dall’ansia. Proprio questo sollievo può però rendere più probabile evitare nuovamente la scuola.

Quando il problema è legato all’ansia, quindi, non è sempre utile aspettare che il ragazzo “si senta pronto” prima di rientrare. Con il supporto adeguato può essere necessario costruire un rientro graduale e sostenibile, affrontando progressivamente le situazioni più difficili.

Naturalmente, se esistono condizioni oggettivamente problematiche — per esempio episodi di bullismo — il primo passo deve essere modificare quelle condizioni, non chiedere al ragazzo semplicemente di sopportarle.

Cosa è meglio evitare?

Minimizzare: “È solo pigrizia”.

Il comportamento può avere significati e funzioni che non sono immediatamente visibili.

Fare continui confronti: “Alla tua età io andavo a scuola sempre”

Il confronto con la propria adolescenza difficilmente aiuta a comprendere quella del figlio.

Trasformare tutto in una battaglia di potere.

Le regole familiari restano importanti, ma minacce e punizioni non risolvono necessariamente un problema sostenuto da ansia, disagio o difficoltà relazionali.

Lasciare correre indefinitamente.

Anche l’estremo opposto può essere problematico: più a lungo l’evitamento si consolida, più può diventare difficile interromperlo.

La strada, quindi, non è né “devi andarci e basta” né “rimani a casa finché non ti passa”.

È comprendere il problema e costruire un percorso adeguato.

Quando chiedere aiuto rapidamente

È opportuno chiedere una valutazione professionale tempestiva quando, oltre alle difficoltà scolastiche, compaiono:

  • forte isolamento sociale;
  • marcati cambiamenti dell’umore;
  • sintomi ansiosi molto intensi;
  • importanti alterazioni del sonno o dell’alimentazione;
  • episodi di autolesionismo;
  • abuso di sostanze;
  • perdita significativa del funzionamento quotidiano;
  • espressioni di disperazione, inutilità o desiderio di morire.

In presenza di un rischio immediato per l’incolumità del ragazzo, la priorità è la sua sicurezza e l’accesso tempestivo ai servizi sanitari o di emergenza appropriati.

In conclusione

Quando un adolescente smette di andare a scuola, la domanda spontanea è: “come faccio a farlo tornare?”, ma una domanda altrettanto importante è: “che cosa gli sta rendendo così difficile andare a scuola?”

Il comportamento può essere il segnale visibile di una difficoltà che rimane nascosta.

Ascoltare senza minimizzare, mantenere i confini senza trasformarli in uno scontro, coinvolgere la scuola e chiedere aiuto quando necessario permette di affrontare il problema prima che l’assenza diventi un vero e proprio ritiro dal percorso scolastico.

L’obiettivo non è soltanto riportare il ragazzo fisicamente in classe, ma aiutarlo a recuperare la possibilità di stare nel proprio percorso scolastico senza che paura, sofferenza o senso di fallimento glielo impediscano.

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